Quello che perdiamo con Wired Italia
Sulla chiusura di una testata, uno sciopero ignorato, e un buco nel mezzo del giornalismo tech italiano.
Quello che perdiamo con Wired Italia
Ho saputo di Wired Italia mentre aspettavo che il caffè si scaldasse, che è probabilmente il modo più appropriato per ricevere brutte notizie. Un messaggio su Facebook che riportava il freddo comunicato stampa, poche righe, nessun punto esclamativo. “For WIRED in Italy, we are also planning to transition away from publishing”. Ho riletto due volte pensando di aver capito male. Non avevo capito male. “Transition away from publishing” è un po’ come usare “ha smesso di respirare” al posto di “morto” o “non è che ti lascio, è che non ti voglio vedere”.
Ho bevuto il caffè in piedi, guardando fuori dalla finestra, e ho provato a ricordare la prima volta che avevo letto qualcosa su quella testata e mi aveva fatto pensare: ecco, questo è il tipo di giornalismo che vorrei fare. Questo è quello che vorrei fare nella vita. Me lo ricordo ancora. Non sono sicuro di avere ancora quella chiarezza.
Ora dopo ora hanno iniziato a emergere i ricordi di chi ci aveva lavorato quel tono strano, tra l’incredulo e il rassegnato, che ha chi sa già da un po’ che le cose stavano andando in quella direzione ma sperava di sbagliarsi. Nessun comunicato ufficiale dalla redazione italiana. Nessuna conferenza stampa. Solo una porta che si chiude, senza troppe cerimonie, almeno per ora, anche se che chi spera in un salvataggio..
È una notizia che mi ha fatto l’effetto di quando scopri che è morto un vecchio amico con cui magari avevi pure litigato, ma con cui sei stato benissimo per tantissimi anni e non ti sentivi da un po’. Sono melodrammatico, me ne rendo conto. Ma è esattamente quella sensazione lì.
Il giorno sbagliato, nel modo sbagliato
La chiusura arriva il 16 aprile 2026. Diciassette anni dopo il primo numero italiano, quello con Rita Levi-Montalcini in copertina, marzo 2009. E arriva esattamente nel giorno dello sciopero nazionale dei giornalisti per il rinnovo del contratto, scaduto da dieci anni. Non è una coincidenza che si possa liquidare con un’alzata di spalle. Mentre le redazioni di tutta Italia si fermavano per chiedere equo compenso e tutele minime, Condé Nast annunciava via memo interno, firmato dal CEO Roger Lynch, titolo Brand and Technology Updates — che Wired Italia “non ha tenuto il passo con la crescita registrata in altri mercati”.
Tradotto dal corporate: Wired Italia, insieme a Self e ai mercati colpiti di Glamour, rappresenta “poco più dell’1% del fatturato complessivo”. Un punto percentuale. Il brand Wired sopravvive negli Stati Uniti, in Giappone, in Repubblica Ceca e in Medio Oriente. In Italia no. Nel memo Lynch spiega anche dove vanno le risorse liberate: intelligenza artificiale e riorganizzazione della divisione tech. Un cortocircuito che si commenta da solo.
C’è qualcosa di particolarmente cafone nel tempismo. È la parola giusta: cafone. Un’uscita di scena improvvisa, sbagliatissima. Una non-cerimonia, in un giorno in cui i giornalisti stavano già protestando contro esattamente il tipo di logica che ha portato a questa decisione. Ma d’altronde che gli frega a Roger Lynch? E sicuramente qualcuno mi dirà “beh è inevitabile” è il business, bellezza” e a voi posso solo dire che spero non vi capiti mai di essere solo una voce in perdita e non capitale umano.
Non era Wired. Era un’altra cosa
Wired Italia non era Wired. Era una cosa diversa, e dirlo non suona come una critica. Era una redazione che aveva preso un marchio americano e col tempo ci aveva costruito dentro qualcosa di specificamente italiano. Una certa capacità di tenere insieme il racconto dell’innovazione con un po’ di sano scetticismo, senza scivolare nel tecno-entusiasmo né nel tecno-panico, tante opinioni personali, un tono leggero, ma non troppo. A volte certi pezzi riuscivano a parlare di tecnologia senza trattarti come un consumatore o come un ingenuo. Quella cosa lì è più rara di quanto sembri.
Io a Wired Italia ci ho scritto, ci ho scritto tanto, ci ho scritto di tutto. Ho iniziato con un pezzo dove intervistavo uno che replicava il casco di Iron Man (oggi cosa banale) e ho terminato parlando del primo film di Mortal Kombat. Nel mezzo un mondo di idee, articoli divertenti, noiosi, criticati, amati e condivisi. Wired mi ha sempre aperto un sacco di porte, è un nome che mi ha portato a parlare di Pokémon in Rai, a girare il mondo, a intervistare Rob Zombie durante il tour con Marilyn Manson, a raccontare la vittoria dell’Italia ai mondiali di magic, a scrivere un’ode alla felpa, farmi odiare dalle comunità di cosplay steampunk.
È stato il posto in cui ho avuto tanta libertà, grazie anche a Maurizio Pesce che gestiva la parte tech e videogiochi, e in cui per la prima volta ho avuto davvero la sensazione che le mie opinioni avessero un valore. Qualcuno mi pagava per scriverle, qualcuno si fidava di me e mi dava libertà di esprimermi. È stato il momento in cui più di tutto ho creduto che questo lavoro potesse diventare il mio lavoro e il mio futuro.
Se penso a Wired penso agli anni bellissimi in cui la mia mente macinava idee e sputava fuori pezzi a una velocità che oggi non saprei neanche immaginare, a volte potevo scriverne due al giorno, senza sentirmi stanco. Pensare a Wired è come pensare a quegli anni della giovinezza dove le energie sembrano non finire mai. Per certi versi Wired rappresenta per me il sogno e un po’ la sua fine, ci ho scritto tanto, ci ho campato anche bene per un po’, ma forse per colpa mia, forse chissà perchè, sono sempre rimasto uno che ci collaborava, e basta.
Wired mi ha insegnato ad affinare il mio stile, a esprimermi liberamente, ma parlando a chi non ne sapeva niente, a provocare in modo garbato, a prendermi dei rischi, a condensare in maniera efficace i concetti. Un tassello importante in quello che chiameremmo “mestiere” e forse per questo mi sento così oggi. Vedendolo sparire è come se sparisse parte del mio percorso.
Poi è andata come è andata, con Wired e con il settore in generale. Non ci scrivevo da tempo. Non ne ero uscito benissimo ma adesso non mi interessa quell’aspetto. Vederlo sparire mi pesa. Mi pesa tantissimo. Perché quella è stata una palestra, un biglietto da visita, e soprattutto un posto in cui per una generazione di giornalisti e giornaliste tech, si poteva fare sul serio. C’era una struttura attorno a dirlo, un archivio alle spalle, un nome in copertina e tanta gente che poi ha continuato a scrivere molto bene.
I segnali, l’AI, i numeri
I segnali c’erano tutti, ovviamente. Condé Nast negli ultimi anni ha tagliato in modo sistematico: prima le edizioni locali meno redditizie, poi i team creativi, poi i contratti. A fine 2025 era stata sospesa l’edizione cartacea di Wired UK con sette tagli in redazione, compresi alcuni profili di peso. Il mercato pubblicitario display in Italia vale oggi una frazione di quello che valeva prima della pandemia, e la parte che manca non è tornata, è andata da un’altra parte, su piattaforme che non hanno bisogno di redazioni per funzionare. Le edicole che chiudono, i lettori che non rinnovano, gli inserzionisti che preferiscono i creator con centomila follower a una firma con vent’anni di esperienza.
Erano segnali che nessuno voleva vedere, o che tutti vedevamo e preferivamo non nominare ad alta voce, come se nominarli li rendesse più reali. E poi c’è il dettaglio che Lynch non nasconde: le risorse vanno sull’AI. Una multinazionale dei media chiude una redazione di giornalismo tecnologico per investire sull’infrastruttura di intelligenza artificiale. Non serve essere complottisti per trovarlo istruttivo. È letteralmente scritto nel memo. Buona fortuna all’IA, chissà se riuscirà a veicolare le emozioni e l’ironia che a volte ti servivano per tirare fuori un pezzo di cui essere fieri, magari sì. Spero le capiti di intervistare i suoi miti, come è sucesso a me.
Dove finiscono gli archivi
Per autocitarmi, quel che non è salvato è perso: chissà che fine faranno diciassette anni di lavoro di giornalisti che hanno costruito un lessico, un modo di affrontare certi argomenti, una serie di riferimenti condivisi. Quando in futuro qualcuno vorrà ricostruire come abbiamo raccontato l’arrivo dei social in Italia, o l’onda della GenAI, o le prime crisi della gig economy, troverà buchi. E i buchi nell’archivio sono buchi nella memoria pubblica. Speriamo che ci pensi Internet Archive, se non chiuderanno pure quello. Io sto pensando se salvare tutto per i fatti miei, ma sono veramente TANTI.
Nessuno, al momento in cui scrivo, ha detto cosa succederà al sito, ai contenuti, al patrimonio digitale di wired.it. Il direttore Luca Zorloni non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche. Condé Nast parla di “accompagnamento” dei dipendenti da parte delle risorse umane, che è il modo in cui le multinazionali dicono arrangiatevi.
Mi dispiace per Zorloni. Mi dispiace per chi ci lavorava, per chi ci lavora ancora mentre scrivo queste righe, per tutti quelli che ci credevano. Spero, è una speranza tenue ma vale la pena dirla, che qualcuno faccia la mossa di rilevare la testata. Un marchio con questo archivio e questa storia non dovrebbe evaporare in un memo.
La domanda che rimane
Quel modo di scrivere di tecnologia sopravvive senza una casa? Non lo so. Alcune delle persone che hanno formato quella redazione stanno già costruendo cose nuove: newsletter (ciao), podcast, progetti editoriali piccoli e ostinati. Ma piccolo e ostinato non è la stessa cosa di avere una struttura, un archivio, una continuità, un nome che ti apre le porte. Che ti fa entrare a un concerto, in una conferenza stampa, in una redazione televisiva. Che convince un editor straniero a risponderti alle mail.
Il giornalismo tech italiano, che non è mai stato particolarmente ricco di risorse, si ritrova adesso con un buco nel mezzo che non è facile da ignorare. Qualcuno, forse, si fregherà le mani, un altro po’ di disperati altamente formati da sfruttare. Ci sono testate generaliste che di tecnologia si occupano a sprazzi, siti specializzati di settore con pubblici ristretti, freelance. Manca il posto dove queste cose si tenevano insieme con un’ambizione più larga.
Per anni mi sono detto che mi sarebbe piaciuto tornare a scriverci perchè potevo spaziare in tantissimi ambiti, cosa che non mi capita spesso.
E poi c’è la cosa che lo sciopero di ieri cercava di dire e che nessuno vuole ascoltare: il giornalismo in Italia è un mestiere tenuto in piedi dalla testardaggine di chi lo fa, con contratti fermi da un decennio, compensi che non coprono l’inflazione, strutture che chiudono una dopo l’altra. Wired Italia non è l’eccezione. È l’ultima di una serie.
Grazie Wired, perché mi hai dato veramente tanto. Sei stata una palestra bellissima, e per un po’ sei stata il posto dove sembrava di potercela fare davvero. Il settore si impoverisce senza di te, il giornalismo italiano diventa un po’ più piccolo.
Lunga vita a Wired — ma lunga vita a chi, esattamente? Al brand che continuerà in altri quattro Paesi? Alla redazione che non c’è più? Al lavoro che è stato fatto e che rischia di scomparire dai server?
Se avete pezzi di Wired Italia che vi hanno formato, salvateli. Davvero.




Ci sono rimasta malissimo. Non aggiungo altro perché hai già detto tutto tu, egregiamente. (Verrebbe solo da aggiungerci una parolaccia)
Concordo, c'è da capire se salvare è possibile, e c'è da donare per supportare l'internet archive. Ancora non ci rendiamo conto di che danno sarebbe perderlo.